Il Mal d’America Non Passa con Trump

È una pericolosa illusione pensare che, sfrattato il puzzone, sarà rimosso il disagio profondo che lui ha intercettato. I primi a minare la democrazia Usa sono stati i suoi avversari, che hanno delegittimato non solo il presidente ma anche chi lo ha eletto.

Da LaVerità.info

di Maurizio Belpietro

Chi crede che il problema dell’America sia rappresentato da Donald Trump e che eliminato questo presidente tutto tornerà come prima, tranquillo, luccicante e moderato, cioè ritiene che senza il puzzone riavremo il Paese della libertà e della democrazia che abbiamo conosciuto e imparato ad amare, beh, penso proprio che non abbia capito niente. Così come negli ultimi anni i commentatori e gli analisti politici, italiani ma non solo, hanno dimostrato di non aver compreso nulla del fenomeno che avevano sotto gli occhi e che ha portato a sorpresa alla vittoria di Trump, oggi i medesimi osservatori speciali, dall’alto della loro presunzione, mostrano la stessa miopia.

Molti si stupiscono e si indignano per l’assalto a Capitol Hill e danno al presidente la colpa di non aver fermato la masnada, ma anzi di averla incoraggiata a manifestare davanti al congresso, aizzando la folla con la narrazione della vittoria rubata. Il problema è che se Trump ha commesso molti errori – e certo ne ha commessi – gli altri che oggi lo accusano non sono da meno, perché tutti hanno sottovalutato il fuoco che covava sotto la cenere. La rabbia dei sostenitori del presidente uscente non è esplosa ieri e nemmeno due mesi fa, quando dalle urne è uscito un verdetto favorevole al candidato democratico Joe Biden, deludendo i sostenitori del tycoon. La collera è il risultato di un processo molto lungo, che certo si è sviluppato nel corso degli ultimi dieci o quindici anni e che l’8 novembre del 2016 portò al successo inaspettato di Trump il quale, a differenza di tutti gli altri, dimostrò di aver capito il disagio della classe media americana.

Ricordo un dibattito poche settimane prima del voto, ad Aqui Terme, dove non uno dei presenti si dimostrò dubbioso sul possibile successo di Hillary Clinton. Il solo a sostenere che Trump avrebbe vinto, perché l’America profonda non sono la California o New York ma lo Utah o il Kentucky, fu il sottoscritto.

Se lo dico, non è per rivendicare meriti, che non ci sono, ma per evidenziare quanta distanza ci sia tra la realtà e la descrizione che è rappresentata sulle pagine dei giornali e nelle trasmissioni tv. Per tutti i quattro anni successivi, durante l’amministrazione del ma- gnate del mattone, abbiamo letto cronache che lo descrivevano come un guitto e che provavano a dimostrare l’illegittimità della sua elezione, assistendo a un tentativo continuo di mettere in discussione la regolarità del voto, con in- dagini che dovevano provare l’intervento russo o anche solo intaccarne la credibilità. Nonostante i successi economici e politici, il mondo dei radical chic e dei media ha dunque rifiutato di riconoscere la legittimità dell’elezione di Trump, senza rendersi conto che non stava met- tendo in discussione solo il presidente degli Stati Uniti, ma anche il voto degli stes- si americani.

Demonizzandolo e attaccandolo forsennatamente, i commentatori e gli analisti hanno di fatto demonizzato e rifiutato in blocco le ragioni degli elettori che avevano scelto Trump, scavando un solco profondo fra gli stessi americani. Da un lato, la parte che si ritiene progressista, colta, illuminata. Dall’altro la working class e quel ceto medio impoverito dalla crisi e dalla globalizzazione. Le proteste del movimento denominato «Black lives matter» poi hanno fatto il resto. Della morte di George Floyd a opera di un poliziotto è stato ritenuto colpevole, nonostante l’agente coinvolto fosse agli ordini di un sindaco democratico, lo stesso Trump e il dilagare delle marce, spesso violente, non ha fatto altro che acuire le tensioni. Su un fronte gli Antifa, ossia la sinistra e i contestatori, dall’altro i suprematisti bianchi, tutti armati, tutti con un proprio bagaglio di rabbia repressa. Dopo le elezioni, dove abbattere Trump era diventata la parola d’ordine e dove la mobilitazione contro il presidente uscente è stata generale e ha coinvolto tutti i mezzi di informazione e anche i social, non poteva dunque che finire male, con una specie di guerra civile destinata a lasciare il segno.

È possibile che una volta uscito dalla Casa Bianca, l’ormai ex presidente sia incriminato e forse anche arrestato e non è escluso che passi i suoi giorni in carcere. Tuttavia, se seppellendo Trump dietro le sbarre qualcuno crede di aver seppellito il trumpismo sbaglia. C’è un malessere più profondo, in America e non solo, che va oltre il politico che rappresenta un fenomeno. Pensare che il movimento di protesta denominato Black lives matter sia risolto con la fine del puzzone repubblicano è un errore, così come è un errore credere che una volta sbarazzatisi di Trump l’America si risveglierà dal brutto sogno. I temi che la politica rifiuta di vedere rimarranno sotto la cenere fino al prossimo incendio e non ci vuole molto a capire che basterà poco per riattizzare le fiamme.



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