”Il calo delle richieste di assistenza e’ imputabile al lockdown e alla paura: le persone non volevano venire in ospedale, o comunque non potevano a causa delle restrizioni imposte agli spostamenti o per il confinamento obbligatorio”…”E’ necessario che l’assistenza sia continua: se la cura si interrompe, il rischio di ricaduta e’ elevato”. Martina Rojnic, portavoce della European Psychiatric Association.
Da Italiaoggi.it
di Francesca Bormioli
Il Covid-19 ha paralizzato l’assistenza sanitaria per i pazienti psichici, gia’ lacunosa in diversi Paesi europei. Durante la prima ondata, il 75 per cento dei servizi di psichiatria e’ stato erogato per via telematica, ma non per tutti ha funzionato.
Andre’s Colao parla con alle spalle l’esperienza di un paziente che ha osservato la pandemia da COVID-19 azzoppare un sistema sanitario gia’ traballante. e’ il portavoce di AFESA, un’organizzazione spagnola che si occupa di persone con disturbi mentali e delle loro famiglie. Il problema? Chi ha ricevuto una diagnosi di disturbo psichico prima della pandemia e’ rimasto in un limbo, a causa della crisi.
”Prima della pandemia, c’erano gia’ molte persone confinate nelle loro case, sui loro divani, nel loro letto e nelle loro menti” | Andre’s Colao. | Marta Martín
e’ il caso di Jorge Daniel Castilla, che si stava sottoponendo a una cura: ”Da marzo ho ricevuto un paio di telefonate, l’ultima a giugno, per sapere come stessi. La mia terapia e’ rimasta in sospeso”.
Il Covid-19 ha provocato un vero e proprio tsunami per la salute mentale. Durante la prima ondata dei contagi, il 93 per cento dei Paesi monitorati dall’Organizzazione mondiale della Sanita’ (OMS) ha sofferto di paralisi in uno o piu’ servizi dedicati a pazienti con problemi mentali, neurologici o di abuso di sostanze stupefacenti. Quasi il 40 per cento dei Paesi europei partecipanti allo studio ha riferito situazioni addirittura peggiori: tre servizi di igiene mentale su quattro sono stati sospesi. ”Piu’ e’ stato rigido il confinamento, piu’ grave e’ stato il suo impatto”, spiega Marcin Rodzinka, portavoce di Mental Health Europe, una rete di utenti e professionisti dei servizi sanitari mentali. Qualcosa del genere e’ accaduto in Spagna, per esempio, dove sono stati chiusi i centri per pazienti ambulatoriali con malattie mentali.
Nei casi piu’ gravi, chi e’ stato ricoverato in ospedale ha avuto esperienze di gran lunga piu’ traumatiche: lo racconta Montse Aguilera, che lavora per i diritti delle persone che, come lei, hanno ricevuto una diagnosi di malattia mentale. Coloro che soffrono di patologie psichiche gravi in genere sono piu’ isolati e vulnerabili e, di conseguenza, nel loro caso il confinamento e l’isolamento sociale possono incidere con un impatto particolarmente negativo, confermalo psichiatra Armando D’Agostino degli ospedali ASST santi Paolo e Carlo di Milano.
“Mi ha spezzato il cuore il ricovero di un’amica che ha dovuto affrontare un confinamento doppio, senza visite e senza poter telefonare” | Montse Aguilera nel quartiere generale dell’Associació per la Salut Mental del Baix Llobregat Nord| Hugo Fernández Alcarazeres
Assistenza sanitaria mentale a intermittenza
La pandemia da Covid-19 ha rivoluzionato l’assistenza sanitaria, compresa quella per la salute mentale, e continua a causare problemi. ”Il numero degli appuntamenti e’ stato considerevolmente ridotto gia’ da giugno”, dice Felice Iasevoli, psichiatra dell’Ospedale dell’Universita’ Federico II di Napoli. Oltre ai tagli ai servizi di igiene mentale disponibili, tra le persone con problemi psichici e’ calata in modo drastica anche la richiesta di assistenza.
”Il calo delle richieste di assistenza e’ imputabile al lockdown e alla paura: le persone non volevano venire in ospedale, o comunque non potevano a causa delle restrizioni imposte agli spostamenti o per il confinamento obbligatorio”, dice la psichiatra croata Martina Rojnic, portavoce della European Psychiatric Association
E’ il caso di Maria, che vive a Bucarest, ma che preferisce restare anonima per paura di essere stigmatizzata: iniziato il confinamento, ha continuato online le sedute che segue a causa della depressione. Quando il terapeuta le ha suggerito di tornare in presenza, visto il calo estivo dei casi, Maria ”si e’ sentita molto agitata, impaurita all’idea di uscire ed essere contagiata”. Con l’arrivo della seconda ondata di contagi da coronavirus, Maria e’ tornata alla terapia online per ridurre al minimo il rischio di essere contagiata.
”E’ necessario che l’assistenza sia continua: se la cura si interrompe, il rischio di ricaduta e’ elevato”, dice Rojnic.

In alcuni casi le terapie sono continuate al telefono, in altri con videochiamata. Secondo i dati dell’Associazione europea di psichiatria, oltre il 75 per cento dell’assistenza psichiatrica durante la prima ondata di Coronavirus e’ stata fatta on line, fermo restando grandi differenze tra un Paese e l’altro. ”In alcuni paesi le sessioni online non sono decollate e l’assistenza e’ stata semplicemente messa in pausa”, spiega Rojnic.
Rojnic spiega che ”alcuni Paesi non hanno fatto ricorso alle sessioni online” e i servizi di assistenza sono stati interrotti del tutto. ”Nei Balcani e nell’Europa sudorientale l’online ha raggiunto il 50 per cento; in Paesi che gia’ erano abituati a questo tipo di pratica, come gli scandinavi, e’ stato invece piu’ facile”, spiega. Secondo un sondaggio del 2015 dell’Osservatorio globale dell’Oms per l’assistenza online, soltanto Finlandia, Paesi Bassi e Svezia avevano programmi operativi efficienti di telepsichiatria a livello nazionale.
Altri Paesi come Grecia e Spagna hanno lanciato programmi pilota per l’assistenza psichiatrica da remoto, mentre Croazia, Italia e Lituania avevano iniziative più informali all’epoca. ”Prima della pandemia, le sedute digitali non sono mai state davvero al centro delle politiche per l’assistenza sanitaria”, dice D’Agostino. Se prima la telepsichiatria era una delle opzioni disponibili, il lockdown ha trasformato le sedute online nella sola possibilità per alcune persone.
Senza negare i benefici che una terapia on line puo’ portare, gli esperti auspicano ”sostegno continuo” per le persone affette da patologie importanti.
Il problema, va detto, esisteva gia’ prima del Covid-19: la mancanza di risorse limitava l’accesso all’assistenza mentale. Secondo i dati Eurostat 2018, i Paesi con il maggior numero di psichiatri per 100mila abitanti erano Germania (27,45 per 100mila abitanti), Grecia (25,79) e Paesi Bassi (24,15); Polonia (9,23), Bulgaria (10,31) e Spagna (10,93) al contrario hanno il minor numero di psichiatri in rapporto alla popolazione.
Prima della pandemia, le risorse per l’assistenza mentale erano scarse. Oggi l’accesso alle cure e’ ancora piu’ difficile. Mentre l’assistenza sanitaria da remoto si affermava come un’opzione praticabile, le opinioni dei pazienti in merito sono varie. Per alcune persone, le sedute in presenza sono molto importanti per il contatto visivo e il rapporto di fiducia che si instaura tra chi il terapeuta e i pazienti. ”Se non si hanno alternative, si accetta, ma non e’ la stessa cosa”, dice Aguilera, paziente e attivista per i malati psichici.

Secondo altri, l’assistenza da remoto e’ piu’ comoda di una consultazione in presenza: questo e’ il parere di Jorge Daniel Castilla, un paziente che lavora presso La Muralla, un’organizzazione benefica per la salute mentale.
”Mi sono aperto molto perche’ ho notato che al telefono e’ piu’ semplice rispetto a quando si ha davanti il terapeuta” | Jorge Daniel Castilla, a Tarragona (Spagna) | Hugo Fernández Alcaraz
Per la psicologa Marta Poll, direttrice dell’organizzazione Salut Mental Catalunya, le esperienze come quelle di Castilla dimostrano che l’assistenza da remoto puo’ aiutare persone con difficolta’ di mobilita’ o che faticano a instaurare rapporti di fiducia i presenza. Tuttavia, ci sono anche altre barriere da superare che possono complicare l’assistenza di alcuni pazienti, perlopiu’ nel caso di anziani o di chi, per ragioni economiche o di altra natura, non ha accesso alla tecnologia.
”Per alcuni pazienti non c’e’ stata alcuna forma di contatto, perche’ non erano in grado di gestire le sedute online e non potevano uscire, quindi sono peggiorati”, spiega Jimmie Trevett, portavoce dell’Associazione svedese per la salute sociale e mentale, l’organizzazione benefica RSMH.
I professionisti sanitari dicono che le telefonate e le videochiamate possono essere utili per seguire i pazienti gia’ in cura, ma non sempre sono efficaci: ”Possono rivelarsi complicate per chi inizia un percorso terapeutico”, dice D’Agostino.
Secondo vari studi pubblicati negli ultimi mesi, l’analisi a distanza dei pazienti e’ piu’ limitata, anche se durante la pandemia numerosi Paesi hanno optato per l’assistenza da remoto.
Ma ci sono state anche soluzioni creative: ad Utrecht, nei Paesi Bassi, per esempio. ”Durante il lockdown, i servizi di salute mentale hanno introdotto il concetto di ‘caffe’ a passeggio’: il terapeuta incontrava il paziente all’aperto. Questo permetteva di mantenere le distanze di sicurezza e di offrire una consulenza”, racconta Rodzinka, portavoce di Mental Health Europe.
Timori per il futuro
Il problema di chi lavora nell’assistenza sanitaria ai malati psichici non e’ soltanto quello di assicurare le cure a chi ha gia’ una diagnosi, ma anche capire come gestire i casi nuovi.
”Le conseguenze della pandemia saranno devastanti per molte persone, che si ritroveranno disoccupate, con gravi problemi economici e senza un orizzonte sicuro”, dice Nel Zapico, famigliare di una persona con disturbi mentali e presidente dell’organizzazione Confederación Salud Mental España.
I direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha gia’ lanciato l’allarme: uno studio sull’impatto psicologico delle quarantene del passato – per esempio durante le epidemie di Sars, Mers ed Ebola – ha evidenziato alti livelli di ansia e di stress nelle persone sottoposte a quarantena. In numerosi Paesi europei sono state evidenziate sofferenze psichiche e preoccupazione in relazione alla pandemia da Covid-19.
Gli esperti di salute mentale temono un’ondata di problemi psichici. ”Prevedo disturbi da ansia in conseguenza dello stress e della tensione con cui ciascuno di noi e’ alle prese al momento; disturbi depressivi come conseguenza del confinamento, della perdita di persone care o di perdite economiche; disturbi traumatici in conseguenza di situazioni sconvolgenti gravi, come essere stati ricoverati per Covid-19 o aver avuto un paziente stretto ospedalizzato”, spiega lo psichiatra Iasevoli, che teme anche anche una ricomparsa di ”disturbi per l’uso di sostanze stupefacenti e il riacutizzarsi di sintomi psicotici tra gli individui piu’ vulnerabili”. L’elenco delle conseguenze negative, tuttavia, non finisce qui: ”Nei sopravvissuti al Covid-19 ricoverati a lungo o senza un’assistenza adeguata a domicilio sono da prevedersi anche alte percentuali di disturbi da stress post-traumatico”, dice ancora D’Agostino.
Anche i professionisti in campo sanitario che lavorano in prima linea, come il personale medico e infermieristico, potrebbero avere delle conseguenze psichiche :”Ci sono gia’ casi di burnout piu’ elevati della media e nel tempo potrebbero presentarsi disturbi da stress post-traumatico. Le epidemie precedenti, come Sars e Mers, hanno inciso in maniera significativa sulla salute mentale degli operatori sanitari. Gli studi sull’impatto della prima ondata di Covid-19 in Paesi come la Spagna evidenziano che la maggior parte dei lavoratori in prima linea non ha ricevuto l’aiuto psicologico e psichiatrico di cui aveva bisogno.

Chi ha perso una persona cara, inoltre, soffre per non aver potuto dire addio in maniera adeguata, dice lo psichiatra Roberto Mezzina, che ha diretto il centro di salute mentale di riferimento a Trieste, prima della pensione: ”Tutto questo dolore e’ nell’aria, come sospeso, e potrebbe emergere ed avere un impatto per la societa”’.
Restare in casa non e’ stato molto complicato per Lurdes Lourenço, affetta da una patologia che le impedisce di stare all’aperto. La sua esperienza non e’ unica: molti pazienti non hanno sofferto per il confinamento. ”Molti di loro erano gia’ isolati, almeno in parte. Alcuni, anzi, hanno trovato sollievo alle loro ansie nel confinamento obbligatorio”, spiega lo psichiatra Felice Iasevoli. Altri, come chi e’ affetto da disturbi dello spettro autistico, hanno sofferto per la perdita della loro routine o perche’ impossibilitati a recarsi nei centri specializzati nella riabilitazione.
